Quanto deve studiare musica un bambino a casa? Dieci minuti? Mezz’ora? Tutti i giorni?
È una delle domande più frequenti dei genitori quando un figlio inizia a studiare pianoforte, chitarra, batteria, canto o un altro strumento.
In realtà, soprattutto nei primi anni, non conta soltanto quanto tempo il bambino studia, ma soprattutto come vive quel momento.
Lo studio a casa dovrebbe diventare gradualmente una piccola abitudine quotidiana, senza trasformarsi in un obbligo o nell’ennesimo compito da svolgere.
E in questo il ruolo dei genitori può fare davvero la differenza.
Quanto tempo dovrebbe studiare musica un bambino?
Più che stabilire un numero preciso di minuti, è importante creare una piccola abitudine quotidiana.
Proprio come ci sono momenti della giornata che diventano naturalmente parte della routine — l’ora del pranzo, della cena, il momento di prepararsi per andare a scuola o per andare a dormire — anche lo strumento può trovare il suo piccolo spazio nella giornata del bambino.
L’ideale è quindi prendere in mano lo strumento tutti i giorni, anche per poco tempo. La durata dipenderà dall’età, dallo strumento e soprattutto dall’esercizio che deve essere svolto.
Non è necessario pensare subito a mezz’ora o un’ora di studio. Soprattutto nei primi anni, possono essere molto più efficaci pochi minuti, anche più volte durante la giornata, per ripetere ciò che è stato fatto durante la lezione.
La continuità facilita l’apprendimento: il bambino ritrova più facilmente ciò che ha imparato, i movimenti diventano progressivamente più naturali e il risultato arriva più velocemente.
E proprio il risultato genera soddisfazione.
Quando il bambino si accorge che oggi riesce a fare qualcosa che ieri gli sembrava difficile, si diverte di più e aumenta anche la voglia di riprendere lo strumento.
Per questo lo studio a casa dovrebbe diventare un piccolo appuntamento quotidiano con la musica, inserito con naturalezza nella vita familiare, e non qualcosa da recuperare in fretta il giorno prima della lezione.
Poco, con continuità e possibilmente con piacere: è così che l’esercizio può trasformarsi gradualmente in un’abitudine e l’abitudine in autonomia.
“Vai a studiare!” non è sempre il modo migliore
Quando un genitore dice:
“Vai a studiare pianoforte.”
“Oggi non hai ancora preso in mano la chitarra.”
“Hai fatto gli esercizi che ti ha dato l’insegnante?”
lo fa naturalmente con le migliori intenzioni.
Ma, soprattutto per un bambino piccolo, lo strumento rischia progressivamente di assumere lo stesso significato dei compiti scolastici: qualcosa che deve fare perché un adulto glielo chiede.
Possiamo provare a cambiare prospettiva.
Invece di dire:
“Vai a studiare.”
possiamo provare con:
“Mi fai vedere cosa hai imparato?”
oppure:
“Proviamo insieme?”
Il messaggio cambia completamente: non ti sto controllando, sono interessato a quello che stai imparando.
Esplorare lo strumento insieme al bambino
Soprattutto nei primi anni, uno dei modi migliori per aiutare un bambino a esercitarsi a casa è condividere con lui quel momento.
E non è necessario che il genitore sappia suonare.
Può essere proprio il bambino a mostrare ciò che ha imparato durante la lezione.
Il genitore può provare a imitarlo, chiedergli come si esegue un esercizio o una piccola melodia e persino sbagliare lasciando che sia il bambino a correggerlo.
“Era così?”
“Quale nota devo suonare adesso?”
“Me lo fai vedere?”
In quel momento il bambino non è più semplicemente qualcuno che deve esercitarsi: diventa quello che sa fare qualcosa e può insegnarla al proprio genitore.
Questo può generare soddisfazione e rafforzare il desiderio di mostrare ciò che ha imparato.
Lo studio diventa così anche un momento di gioco, esplorazione e condivisione tra genitore e figlio.
Il bambino ha bisogno di vedere i propri risultati
Per mantenere viva la motivazione è importante che il bambino possa percepire i propri progressi.
Una piccola melodia, un ritmo o poche note possono sembrare qualcosa di semplice per un adulto, ma per chi sta iniziando possono rappresentare una conquista importante.
Il genitore non deve necessariamente stabilire se ciò che il bambino sta facendo sia tecnicamente corretto: questo è il compito dell’insegnante.
Può invece interessarsi al risultato:
“Fammi sentire.”
“Me lo insegni?”
“Proviamo insieme.”
Quando l’esercizio permette di ottenere un risultato concreto, il bambino sperimenta una sensazione fondamentale:
“Ci sono riuscito!”
Ed è proprio questa soddisfazione che può alimentare la voglia di continuare.
Anche imparare a studiare deve essere insegnato
C’è un aspetto che spesso viene dato per scontato: un bambino non sa automaticamente come si studia uno strumento a casa.
Dire semplicemente “esercitati” significa presumere che sappia già ricordare ciò che è stato fatto durante la lezione, organizzare il lavoro, scegliere cosa ripetere e capire quando un esercizio è stato svolto sufficientemente.
Ma anche il metodo di studio deve essere imparato.
All’inizio il genitore può accompagnarlo in una semplice routine:
prendere lo strumento, ricordare insieme ciò che è stato fatto a lezione, ripetere un esercizio, provare una piccola parte del brano e magari riprenderla nuovamente più tardi.
Con il tempo il bambino potrà diventare sempre più autonomo.
Prima di chiedere a un bambino di studiare da solo, dobbiamo aiutarlo a imparare come si studia.
Perché è importante il rapporto tra genitore e insegnante?
Proprio per questo è fondamentale che esista un buon rapporto tra insegnante, genitore e bambino.
L’insegnante conosce il percorso didattico e può aiutare il genitore a capire cosa è importante fare durante la settimana:
quanto esercitarsi, quali attività ripetere, su cosa insistere e, altrettanto importante, su cosa non insistere.
Il genitore non deve diventare un secondo insegnante.
Il suo compito è differente.
L’insegnante guida il percorso musicale e tecnico; il genitore può contribuire a creare a casa le condizioni perché il bambino abbia voglia di prendere lo strumento e sperimentare ciò che sta imparando.
Quando famiglia e insegnante comunicano, diventa più semplice creare continuità tra la lezione e lo studio a casa.
Divertimento e disciplina possono crescere insieme
Studiare uno strumento richiede inevitabilmente anche impegno, costanza e disciplina.
Ma queste capacità si costruiscono nel tempo.
Divertirsi non significa fare soltanto ciò che è facile. Significa permettere al bambino di affrontare le difficoltà in maniera progressiva e di sperimentare la soddisfazione che nasce quando riesce a superarle.
Il percorso può diventare:
provo → ripeto → riesco → mi diverto → voglio riprovare.
È così che, poco alla volta, la costanza non viene vissuta soltanto come una richiesta dell’adulto, ma può diventare una conquista del bambino.
Come aiutiamo le famiglie alla Daigo Music School
Alla Daigo Music School di Limena (Padova) consideriamo il percorso musicale del bambino come una collaborazione tra allievo, insegnante e famiglia.
Per questo riteniamo importante che il genitore sappia come accompagnare il bambino anche durante la settimana, soprattutto nelle prime fasi dello studio.
Non vogliamo semplicemente che un bambino studi di più.
Vogliamo aiutarlo a costruire progressivamente continuità, metodo, autonomia e piacere di fare musica.
Perché quando lo strumento trova naturalmente il proprio spazio nella quotidianità e il bambino inizia a vedere i risultati del suo impegno, anche esercitarsi può diventare una parte piacevole del suo percorso musicale.
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